lunedì, dicembre 09, 2002

...ciò che amo è ultimo tango a Parigi;
Osannato quando ancora non era giunto nelle sale (l’autorevole critico Pauline Kael paragonò la sua proiezione alla prima del “Sacre du printemps” di Stravinsky), “Ultimo tango a Parigi” entra da subito nel mito: buona parte di questo destino è, con ogni probabilità, dovuto a Marlon Brando, qui ad una delle sue prove più convincenti. Portando alle estreme conseguenze - ed in qualche modo rovesciando - il celebre “metodo” appreso all’Actor’s Studio, egli entra nella pelle di un personaggio che è sì altro da sé, ma pure un qualcuno cui prestare sottolineature personali e intime, grazie alla libertà creativa di cui godette. Nella sequenza in cui Paul racconta la propria infanzia, è evidentemente Brando a parlare in prima persona: e sue sono inoltre certe ossessioni, dal rapporto vittimistico col mondo alla misoginia di fondo, sino al senso di sconfitta immanente che non può che condurre alla morte. Un percorso al quale gli anni hanno conferito un fascino intinto di mito, facendo di “Ultimo tango” uno dei film italiani più belli ed importanti dell’ultimo mezzo secolo. FONTE
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anna falchi's GALLERY (va beh non centra un cazzo... ma è proprio bona...)

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